Il conflitto interiore

La Scuola Spirituale della Rosacroce d'Oro rivela l'Insegnamento Universale, la cui essenza non si trasmette tramite parole o scritti, ma per mezzo di una forza. Il termine "universale" è dovuto al fatto che questa forza si manifesta costantemente in tutte le epoche, in tutte le razze e nell'intero campo di vita terrestre.  Questa forza cerca ciò che si è perduto da tempi immemorabili.  Essa chiama senza sosta l'uomo per renderlo cosciente della sua vocazione originale e della nobiltà della sua origine. Il divenire cosciente, il rinnovamento e l'elevazione in un nuovo stato d'essere è quindi il fine dell'intervento universale.  Questo fine è più o meno chiaramente espresso in molti scritti, leggende e miti di svariati popoli.  Uno di questi è la Bhagavad Gita, il Canto del Beato. La Bhagavad Gita può essere considerata il vangelo dell'India; essa fa parte del Mahabharata, un poema epico, e illustra il dialogo tra Arjuna e Krishna negli istanti che preced...
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La coesione con tutto

Questo articolo è il settimo di una serie di post sul tema "Agire o non agire?"  Clicca qua per leggere il sesto post. L'amore è unità, unità senza alcuna divisione. L'amore esiste solo così, non esiste in astratto, in teoria, non è un'idea.  E' piuttosto l'espressione dell'idea quando incontriamo qualcuno.  E' la radiazione calma, serena, unificata della coscienza che non risente più né attrazione né repulsione, le quali fanno nascere violenti turbini d'energia, che da un lato consumano l'essere con le passioni e dall'altro l'intristiscono sotto l'influsso glaciale dell'antipatia. L'amore rende mite. Non v'è più né ricerca dell'errore né accusa, perché il destino e gli avvenimenti sono percepiti come la conseguenza logica d'atti anteriori - il cui conto è presentato - che offrono però contemporaneamente la possibilità d'un nuovo inizio. Davanti a questa legge di grazia noi diveniamo silenziosi. Vediamo, percepiamo e sentiamo i rapporti di tutto con t...
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La violenza annientata

Cosa riempie la vita del mite?  Da dove questi trova il suo coraggio?  Da dove attinge la forza 'sovrumana' d'amare anche i suoi nemici? Ecco una domanda importante, poiché il mite capace di tanto possiede la chiave della pace.  E, quando si possiede la chiave con la quale annientare la violenza, tutti i nostri problemi sono risolti. Non v'è infatti niente che noi desideriamo quanto la scomparsa della violenza, la risoluzione della lotta per la pace.  Se può farlo il mite, perché non noi? Dobbiamo avere il coraggio di varcare le frontiere dell'ego.  Non è poi così difficile come pensiamo.  E' dunque così difficile nascere?  Qui si tratta in particolare di una rinascita, del miracolo della nascita nella notte di Natale, la nascita d'una luce, cioè di una nuova comprensione nelle tenebre della nostra coscienza-ego limitata. Poiché al di fuori della coscienza personale ordinaria v'è la Coscienza universale, che riempie l'intera creazione.  Noi proveniamo anche ...
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Essere mite

Per continuare nelle nostre riflessioni si rende necessario comprendere cosa vuol dire essere mite. Per spiegare la parola 'mite' senza celebrare questa virtù, come invece fanno cantici e inni, ricordiamo i seguenti punti essenziali.  Essere mite è possedere la forza dell'equilibrio interiore; l'equilibrio interiore nasce quando siamo coscienti dell'essenza della vita e della nostra relazione con l'universo.  Essere mite è fare la continua esperienza della non-dualità. Essere mite è essere perfettamente non-combattivi; e la non-combattività è una forza che supera la violenza. E' una forza che proviene dall'unità, dall'unità della Vita universale, dall'unità dell'universo. In essa ogni giudizio e ogni critica possibile scompaiono. Essere mite è fare del comandamento di Cristo "Amate i vostri nemici" uno stato d'essere.  Questo comandamento non differisce dalle antiche tradizioni, che non miravano ad altro che a condurre l'uomo alla perfezione, alla totalit...
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Non-fare

L'allievo riesce a provare qualcosa di un'altra realtà di vita solo allorquando comincia a comprendere un po' le leggi che reggono la trama della sua vita attuale. Questa possibilità non si basa allora su un sublime pensiero suggeritogli dalla Scuola Spirituale, ma è la vita stessa a insegnarglielo. Quando la personalità-ego non ragiona più, ma si pone nella vita stessa, si lascia vivere dalla vita, allora comincia a sapere. La sua coscienza nella materia si sposta lentamente verso la "causa" della sua esistenza, e immediatamente e intensamente l'allievo risale il filo delle conseguenze fino alla causa. E cosa scopre allora? Che l'intera vita dell'uomo è fatta delle sue idee sulla vita. Questa convinzione è onnipresente: essa possiede la forza di dare forma alla vita dialettica secondo la sua idea. La nostra situazione personale attuale risulta dunque dalla nostra convinzione anteriore che agisce come una forza. Noi non ne eravamo ancora coscienti, poiché l'uomo ignora...
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Qual è il fine della nostra vita?

Amici, siamo arrivati alla conclusione della seconda parte che la domanda a proposito del destino non può formularsi così: "Agire o non agire? Attivo o non attivo?", ma soltanto come segue: "Qual è il fine della nostra vita? Siamo noi stessi (l'io) il fine, o è il ritorno al fiume della creazione divina?". Dopo quanto analizzato nei capitoli precedenti diventa allora chiaro che il non fare al quale allude Lao Tsè significa il non fare più, il non essere più attivo dell'io e del suo piccolo mondo. E' questo il ritorno al fine originale. Anche Virata conosce il ritorno, ma non è il ritorno verso l'originale e il non io, ma solo il ritorno a un'altra situazione terrestre. E' di nuovo un ideale, un essere attivi, senza scopo, senza scopo preciso. E' un agire senza volontà propria, unicamente mosso dalle circostanze esteriori. E' di nuovo il piccolo mondo con, al centro, Virata, guardiano dei cani. Anche noi, ad ogni istante della nostra vita, ci creiamo un Piccolo mondo...
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C’è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze?

Cari amici, alla fine della prima parte di questo argomento che stiamo trattando insieme, ci siamo lasciati con le seguenti domande: C'è dunque un atto permesso e un atto che non è permesso? C'è un atto che crea karma e un agire che è senza conseguenze? Cosa è permesso nella vita e cosa non lo è? Lo scrittore Stephan Zweig tenta un approccio della soluzione del problema "Fare o non fare" in un breve racconto che intitolò "Die Augen des ewigen Bruders".  Della sua opera diceva, non senza un certo rispetto, che era una leggenda e non un racconto; l'ha d'altronde scritta con uno stile e un ritmo che ricordano la scrittura sacra. Lo riassumiamo in poche righe. L'eroe principale è Virata, un nobiluomo. Chiamato dal re a difendere il regno, egli uccise, senza saperlo, durante un combattimento notturno, il proprio fratello. Da allora gli occhi morti di quest'ultimo gli bruciano l'anima e gli pongono senza tregua il dilemma: fare o non fare? Egli abbandona gli affari del...
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Agire o non agire?

Qual è l'allievo serio che non ha ancora mai sentito parlare della legge del karma, di questa legge ineluttabile di causa ed effetto, che si può tuttavia influenzare? Qual è il cercatore che non è ancora mai stato colpito dalle conseguenze dei propri atti, che non ha ancora mai riflettuto sui suoi atti, preso la decisione d'agire diversamente o di non agire affatto in date circostanze? E chi è colui che non si è ancora lasciato ingannare dal proprio comportamento e dalle sue conseguenze?

Pensate ai vari ordini monastici, come i frati mendicanti per esempio, a quegli ordini i cui membri facevano voto di povertà, o ai monaci di clausura! Tutti cercarono di ritirarsi totalmente o parzialmente dalla vita e di sfuggire alle sue conseguenze, di vivere secondo i loro ideali. Pensate a quelli che oggi, soprattutto i giovani, si ritirano dalla vita attiva, o istintivamente o in seguito a un'esperienza inconscia. Tutti tentano di sfuggire alla legge di causa ed effetto o di affievo...
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